Regio V - Picenum
  Archeologia romana: glossario
 
Acanthus: tipo di arbusto la cui foglia, larga e profondamente intagliata, entrò nell'arte come elemento decorativo. Due serie di foglie stilizzate di acanto ornano il capitello delle colonne come motivo tipico dello stile corinzio, inventato secondo la tradizione da Callimaco di Corinto nel 415 a.C.

Actus: unità di misura lineare romana, pari a 35,4888 m e corrispondente a 120 piedi; era la grandezza fondamentale su cui operava l'agrimensore per impostare la centuriazione: le centurie difatti avevano generalmente lati di 20 actus (710,40 m).

Acus crinales: spillone per capelli di lunghezza e spessore variabile, in osso, argento o in altri materiali, era adoperato dalle donne per tenere fermi i capelli. L'acus era chiamato anche comatoriae.

Alica: bevanda a base di orzo.

Alimenta: istituzione romana di assistenza che si proponeva come scopo precipuo la raccolta mensile di frumento o somme di denaro, destinati al sostentamento dei fancilli orfani oppure figli di cittadini disagiati: tale sistema aveva probabilmente il fine di arginare la grave decadenza demografica in cui versava la penisola. L'istituzione, nata inizialmente dalla filantropia privata, venne poi adottata dall'imperatore Nerva alla fine del I sec. d.C. (alimenta Caesaris), ma solo con il suo successore Traiano ottenne una più compiuta organizzazione. Anche Adriano  e gli Antonini dimostrarono interesse per l'istituzione: in particolare Adriano fissò, a 18 anni per i maschi e a 14 anni per le femmine, il limite d'età entro il quale il sussidio poteva essere elargito. Il denaro con cui il sistema veniva finanziato, era ottenuto concedendo agli agricoltori dei prestiti ipotecari al tasso del dodici per cento; l'interesse veniva direttamente pagato a municipalità o a funzionari che lo amministravano in favore dei giovani bisognosi. Tale istituzione è documentata anche nella regio V: infatti, dal centro romano di Cupra Montana, proviene un'epigrafe onoraria dedicata all'imperatore Antonino Pio dai fanciulli che beneficiarono di tale sussidio.

Alipilus:
depilatore professionista che spesso offriva i propri servigi presso gli impianti termali.

Ancile: scudo di bronzo che nel mito romano si diceva caduto dal cielo durante una processione indetta per allontanare una pestilenza ai tempi di Numa Pompilio. In seguito a ciò, gli aruspici asserirono che finchè Roma fosse rimasta in possesso di quello scudo, avrebbe mantenuto il dominio del mondo, e pertanto Numa ne fece fabbricare altri undici in tutto simili al primo. Gli scudi vennero affidati al collegio dei Salii, che ogni anno a marzo e ad ottobre li portavano in processione, percuotendoli ed invocando Marte, ritenuto l'autore del prodigio.

Apodyterium: termine con il quale si designa negli edifici termali lo spogliatoio, ovvero la prima sala del percorso termale. Questa di solito era a pianta rettangolare o quadrata, non riscaldata. Lungo le pareti si trovano sovente panche in muratura, nicchie e mensole dove riporre gli effetti personali. Pareti e soffitti erano in intonaco liscio o rivestiti da stucchi e affreschi; i pavimenti in mattoni romboidali, mosaici a soggetto marino o in lastre marmoree. A volte l'apodyterium era dotato di un bacino o di una piccola vasca per le abluzioni parziali.  

Apophoreta: letteralmente "cose da portar via", ovvero doni che il padrone di casa era solito distribuire ai suoi ospiti durante il banchetto; in questa categoria rientravano generi alimentari, capi d'abbigliamento, unguenti, complementi d'arredo e altri oggetti di uso quotidiano. A volte per la loro distribuzione venivano organizzate delle vere e proprie lotterie: questi sorteggi potevano talvolta dare luogo a situazioni comiche o paradossali come il caso, raccontato da Marziale, di un pettine assegnato ad un calvo. Molto più spesso gli apophoreta erano gli avanzi del pasto che venivano avvolti nel tovagliolo personale che ogni commensale disponevana davanti a sé per non sporcare la coperta del letto; infatti le buone norme consentivano a chiunque di servirsi del tovagliolo per portar via ciò che non avevano avuto il tempo di consumare.   

Atramentarium:
calamaio contenente l'atramentum, ossia una miscela di fuliggine e gomma arabica, usati dai romani come inchiostro. In genere si trattava di  piccoli recipienti in terracotta.

Basis villae: opera di contenimento dei suoli in pendenza e terrazza destinata a sostenere i complessi edilizi delle ville rustiche, al cui interno di norma venivano ricavati locali di servizio, come magazzini e cisterne.

Bonorum emptor: colui che si aggiudicava i beni di un debitore all'asta fallimentare, offrendosi di pagare ai creditori la percentuale più alta di debiti.

Bonorum venditio: nel diritto romano, istituto pretorio affermatosi nella seconda metà del I sec. a.C.; consisteva nell'esecuzione sui beni del debitore insolvente, anche se quest'ultimo era assente o deceduto. Il procedimento iniziava con la missio in bona rei servenda causa, ossia si immetteva i creditori nella custodia dei beni del debitore. Il procedimento ai danni del debitore veniva reso noto tramite affissioni pubbliche, per informare terzi ed eventualmente altri creditori. Trascorsi 30 giorni, i creditori eleggevano tra di loro in assemblea difronte al pretore, un magister bonorum, ossia colui che avrebbe curato la messa all'asta dei beni del debitore, macchiato frattanto d'infamia (se il debitore voleva evitare di essere infamis, avrebbe dovuto saldare l'intero debito nei 30 giorni precedenti; in tal caso la procedura non proseguiva). Il magister bonorum rendeva pubblico il programma della vendita per informare gli eventuali acquirenti su data, entità dei beni, nome del debitore e del magister, e ammontare dei crediti. Trascorso un breve periodo, i beni venivano venduti all'asta: colui che se li aggiudicava era chi si offriva di pagare la più alta percentuale di debiti ai creditori, e veniva chiamto bonorum emptor.

Bulla aurea: capsula composta di due lamine d'oro concave, tenute insieme da un fermaglio elastico in oro, in maniera tale da formare una sfera o un cuore. All'interno conteneva un amuleto: i rampolli maschi delle nobili famiglie la portavano al collo fino al raggiungimento dell'età adulta (15-17 anni), mentre le femmine sino al giorno delle nozze. Al momento dell'ingresso  nell'età virile, i maschi la deponevano insieme alla praetexta, consacrandola ai Lari famigliari. Tale cerimonia,  insieme alla consegna della toga virilis, decretava per l'adolescente il passaggio alla maggiore età e il conseguente raggiungimento dello status di cittadino. Per i ceti modesti la bulla era realizzata in cuoio.

Bulla scortea: (1) capsula rotonda portata al collo dagli schiavi sospetti di infedeltà, per prevenirne le fughe. Spesso recano un'iscrizione formale in cui è riportato il nome e l'indirizzo del proprietario: tali indicazioni servivano per facilitarne la riconsegna. A Tolentinum è stata rinvenuta una bulla bronzea di IV sec. d.C. appartenuta ad uno schiavo; sopra recava inciso il nome del proprietario: un vicarius urbis di nome Potitus. 

Bulla scortea: (2) capsula in cuoio contenente un amuleto, che gli  adolescenti delle famiglie modeste portavano come pendente al collo, fino al raggiungimento dell'età virile. Tale passaggio, che avveniva tra i 15-17 anni per i maschi e sino al giorno delle nozze per le femmine, veniva sottolineato con la consacrazione della bulla ai Lari famigliari. I romani per indicare un fanciullo che portava ancora la bulla, usavano a volte il termine bullatus.

Calamistrum: ferro incaldescente utilizzato per creare onde o ricci nei capelli adeguatamente inumiditi.


Catasta: palco girevole su cui si esponevano, nel mercato, gli schiavi da vendere, e la cui altezza agevolava l'esame delle membra da parte degli acquirenti. Gli schiavi inoltre portavano al collo un cartello (titulus) che ne elencava pregi e difetti.

Cavaedium: corte interna delle porte urbiche o anche il cortile scoperto interno delle abitazioni romane, in particolare delle insulae. Il termine usato genericamente è anche considerato sinonimo di cortile ed atrio.

Cavea
: a Roma, termine che inizialmente indicava le gabbie dove si tenvano le bestie per gli spettacoli; passò poi ad indicare la parte del teatro o dell'anfiteatro adibita agli spettatori, cioè la gradinate, sotto le quali erano alloggiate le suddette gabbie. Talvolta il termine é usato in senso lato per designare l'intera struttura dell'anfiteatro. Divisa per ceto sociale, la cavea era distinta in ima, media e summa cavea.




Cena adventoria: (o adventicia) banchetto che si faceva per festeggiare il ritorno di un parente o amico.

Crepidae: sandali di origine graca, diffusi a partire dal II sec. a.C., realizzati in cuoio intercciato, tarttenuti da una striscia di pelle che passava in asole. Le varianti femminili erano dette crepidulae.


                                          

Crepidines
: erano i marciapiedi posti ai lati della sede stradale; in città erano solitamente in pietra e sopraelevati rispetto al piano stradale, mentre nelle zone rurali consistevano in pietre infitte verticalmente nel suolo che delimitavano zone pedonali in terra battuta.



Crimen: (plurale crimina) nel diritto latino termine con il quale venivano designati i comportamenti vietati in quanto lesivi dell'interesse pubblico; sono contrapposti ai delicta, ossia illeciti lesivi dell'interesse privato, sanzionati con pene pecuniarie in seguito a processi civili. Per i crimina invece, le pene andavano dalla morte all'interdictio aqua et igni (allontanamento coatto e definitivo dal territorio romano), dalla damnatio ad metalla o in opus publicum (lavori forzati presso le miniere o opere di pubblico interesse) alla publicatio bonorum (confisca dei beni), oppure al semplice pagamento di una multa. Tali processi dal II sec. a.C. si svolgevano presso le quaestiones perpetuae, ossia tribunali permanenti giudicanti in materia penale pubblica presieduti da un quaestor (questore). Nel II sec d.C. le quaestiones perpetuae furono formalmente soppiantate dalla cognitio extra ordinem, benchè quest'ultima avesse preso piede già da tempo.

Cubiculum: (1) dal latino cubare, dormire; era la stanza da letto della casa romana che aveva un'unica apertura sull'atrium (atrio); svariati cubicula erano posti lungo i due lati dell'atrium, ma anche nel peristylium. I cubicula erano riservati per i famigliari del proprietario. Lontani dall'essere simili alle nostre stanze da letto, tali ambienti erano piccoli e bui, con un mobilio davvero essenziale, il più delle volte composto dal solo letto. A Pompei, nel cubiculum il lato riservato al letto aveva alcune peculiarità: il mosaico del pavimento nel punto in cui il letto si trovava era bianco e limitato da un'ornamentazione particolare; le pitture parietali erano diverse come stile e come colore; il soffitto immediatamente sopra il giaciglio era più basso rispetto al rimanente spazio della stanza, e sempre a volta: così il letto veniva a trovarsi in una sorta di nicchia. I cubicula intorno all'atrium presentavano delle differenze formali rispetto a quelli del peristylium: quelli nell'atrium erano meno ampi, ma più alti, e vi si accede per un'unica apertura stretta; invece i cubicula posti intorno al peristilio erano ampi e bassi, e l'accesso si apriva sul porticato lungo quasi tutta la sua ampiezza. Inoltre era munito di un accesso secondario in una delle pareti laterali. A volte, davanti alla stanza, vi era un procoeton (anticamera), nella quale dormiva il servo di fiducia (cubicularius o servus a cubiculo).

Damnatio ad metalla: pena corporale consistente in lavori forzati da espiare presso le miniere; i condannati in metallum erano considerati schiavi. Talora alla damnatio ad metalla si accompagnava la publicatio bonurum (confisca dei beni). Questo tipo di pena era prevista per i crimina, ossia i comportamenti lesivi dell'interesse pubblico. Spesso con tale pena vennero sanzionati i primi cristiani, accusati di non giurare per genium principis e dunque tacciati di alto tradimento. Tale rifiuto rientrava nell'ampia casistica delle condotte sanzionate come crimen maiestatis (lesa maestà).

Decumanus maximus
: in origine, il decumano era la linea ideale tracciata nel cielo dagli auguri: questa andava da est a ovest, mentre un'altra linea, che la incrociava perpendicolarmente, era chiamata cardo (quest'ultima quindi con orientamento da sud a nord). Tale denominazione passò poi all'arte della misurazione del terreno e nella pianificazione degli accampamenti militari. E fu proprio da qui che il termine decumanus si trasmise all'urbanistica civile, ad indicare tutte quelle strade di una certa importanza che attraversavano un'insediamento da est ad ovest. Quindi, nell'urbanistica antica il decumanus principale di una città fu chiamato maximus, e mantenne quasi sempre un primato sul cardo maximus (maggiore), il quale l'intersecava nell'area centrale della città.

Depositio barbae: cerimonia religiosa di ambito familiare, celebrata da tutte le classi sociali, per il taglio della prima barba dei ragazzi, che di norma avveniva quando la peluria s'era fatta abbastanza folta ed evidente, ossia all'età di circa 20 anni. Il taglio era seguito dalla deposizione della prima peluria entro un contenitore: una pisside d'oro per i più ricchi; di vetro o di altro materiale povero per i semplici cittadini. La cerimonia trovava compimento con la consacrazione  della barba recisa ad una divinità: l'offerta veniva considerata quasi come una primizia agli dei. Ognuno festeggiava l'evento secondo i propri mezzi con banchetti a cui erano invitati amici e famigliari.

Dodrans:
moneta romana di rame corrispondente a 3/4 di un asse. Se ne ebbero solo due coniazioni in tutta la storia della repubblica: queste monete portavano il segno S accompagnato da tre punti (e cioè un semis o mezzo asse, più 3 once) sia sul dritto che sul rovescio; il dritto recava inoltre la testa di Vulcano con il pileo circondato d'alloro, mentre il rovescio la prua di una nave con il nominativo di Roma e del magistrato che curò l'emissione (e precisamente: M. Cecilio Metello tra il 124 e il 103 a.C. o G. Cassio Longino tra il 100 e il 90 a.C.). Il termine dodrans fu anche usato per indicare genericamente 3/4 di qualsiasi unità.

Dolium: giara di terracotta, talvolta murata o infissa nel terreno (dolium defossum) per la conservazione di liquidi o derrate. Gli autori ricordano un tipo particolare di dolium, con scanalature interne a spirale, utilizzata per l'allevamento dei ghiri, animali di cui i romani erano ghiotti.

Duumviri: nelle colonie latine più recenti, era la coppia di magistrati che esercitava la giurisdizione civile e penale, convocava e presiedeva le sedute del consiglio (chiamato ordo o più raramente senatus), le assemblee popolari (comitia), dava in appalto costruzioni pubbliche e poteva chiamare i cittadini alle armi. Essi erano anche i magistrati eponimi della città; inoltre ogni cinque anni presiedevano alle operazioni di censimento della popolazione cittadina e redigevano la lista dei consiglieri (decuriones): allora, in quell'anno particolare, venivano chiamati duumviri quinquennales o semplicemente quinquennales. Sotto di loro, lavoravano due magistrati di rango inferiore: gli aediles (edili). Anche gli edili potevano talvolta essere chiamati duoviri o duoviri aedilicia potestate, ed é per questo motivo che di regola i più alti magistrati venivano chiamati duoviri iure dicundo. La carica durava un anno, con un intervallo di tre anni l'una dall'altra. Prima di essere eletto duoviro iure dicundo, occorreva aver rivestito la carica di edile. L'elezione avveniva direttamente dal popolo nei comitia.

Fascia pectoralis: fascia stretta intorno al petto della donna con funzione di sostenere il seno. La fascia pectoralis - detta anche taenia, mammillare, amictorium, strophium - era indossata sulla nuda pelle o sopra una camicia; in genere era di stoffa e solo raramente in pelle. Poteva essere variopinta e talvolta usata quale strumento di seduzione, in particolare quando indossata sotto i seni, senza nascondere il petto. In genere le donne romane conservavano la fascia pectoralis anche andando a letto.

Febe:
(1) designazione poetica di Diana, sorella di Febo-Apollo (così chiamata nei Fasti di Ovidio per esempio).

Febe: (2) nella mitologia, nome portato da una delle Titanidi, figlie di Gea ed Urano. Sposò Ceo, suo fratello, e gli diede due figli, Latona ed Asteria. Le si attribuisce talvolta la fondazione dell'oracolo di Delfi, di cui avrebbe fatto regalo ad Apollo per il suo genetliaco.

Febe: (3) nome di una delle Leucippidi (ossia figlie di Leucippo)  e moglie di Polluce, mentre la sorella Ilera era moglie di Castore. Le due inizialmente vennere promesse in sposa dal padre ai figli di Afareo, Ida e Linceo, ma furono rapite da Castore e Polluce. Talvolta, come in Properzio per esempio, Febe è sposata con Castore.

Febe: (4) nome di una delle Eliadi (nella mitologia i figli e le figlie del Sole, ossia Elios). Nata da Elios e dall'oceanina Climene, era sorella di Fetonte, Merope, Elia, Egle, Eteria e Diossippe (o Lampezia). Secondo il mito furono tutte trasformate in pioppi da Zeus, dopo che il dio fulminò loro fratello Fetonte, e dal loro pianto sarebbe nata l'ambra.

Galerus: (1) copricapo romano in forma di calotta, per lo più di cuoio, molto aderente; difendeva la testa dal sole ed era specialmente usato da campagnoli, cacciatori e  spesso da soldati. Era anche il copricapo indossato dai sacerdoti durante i sacrifici. Il galerus di colore bianco (albogalerus) era prerogativa del flamen Dialis.

Galerus:
(2) protezione metallica costituita da una placca ricurva verso l'esterno, e fissata sulla spalla del retiarius in connessione all'estremità superiore del parabraccio (lorica manica). La curvatura serviva al gladiatore per nascondervi dietro la testa e ripararsi dai colpi dell'avversario. Il galerus veniva fissato al parabraccio tramite due asole e avvolgeva la spalla fino alla metà superiore del braccio destro.

     

   
Garum: salsa piccante a base di interiora di pesce e pesce salato, ottenuta alternando in un recipiente strati di pesce grasso crudo e strati di erbe aromatiche. Il tutto andava lasciato macerare al sole;  dopo alcune settimane vieniva raccolto il liquido depositatosi sul fondo, chiamato appunto garum. Tale salsa veniva usata come comune condimento ed era molto apprezzata dai romani.

Harpastum: (1) gioco popolare in cui due squadre si affrontavano, contendendosi la palla con le mani e con i piedi, per farle passare una linea di meta nel campo avversario. Le partite di harpastum avevano notevole segiuto popolare e l'agilità e la forza fisica costituivano doti apprezzate nei giocatori.

Harpastum: (2) tipo di palla piccola e dura, ripiena di lana o di stoppa, con la quale si praticava l'omonimo gioco popolare.

Ianitor: nelle domus più ricche, schiavo messo a guardia della porta di casa: era costretto a vivere relegato nella cella ostiaria (stanzetta che fiancheggiava l'adito) e spesso si serviva di un cane da guardia ed era armato di virga (bastone) per respingere importuni e mendicanti. Per la sua arroganza e le sue maniere rudi era temuto dagli altri schiavi; spesso è detto anche ostiarius.

Inditio: datazione teorica, amministrativa, introdotta per fini tributari. Fu istituita a partire dal 313 d.C.: il calcolo si basava su cicli ripetitivi di 15 anni; al termine del quindicesimo anno, la datazione veniva azzerata per poi ripartire dall'anno primo. Trattandosi di una datazione relativa, per essere datata in modo assoluto necessita di ulteriori riferimenti, come ad esempio la coppia consolare in carica in quell'anno. L'indizione si affermò soprattutto nelle provincie e durò anche dopo la caduta dell'impero romano fino al 1300; in Gallia invece l'inditio rimase sconosciuta fino al IX secolo.

Iuventas:
divinità allegorica della "Giovinezza", figlia di Zeus e di Hera e moglie di Ercole dopo l'assunzione in cielo di quest'ultimo, fu identificata nella religione romana con l'Ebe greca solo in epoca tarda, mantenendo sempre caratteristiche proprie. Essa era particolarmente venerata dai giovani adolescenti all'atto di indossare la toga virile, ossia nel momento di trapasso tra la fanciullezza e l'entrata nel mondo degli adulti. Iuventas o Iuventus possedeva una cappella nell'atrio della cella di Minerva, nel tempio della triade capitolina; questa cappella, anteriore all'introduzione della triade sul Campidoglio, evidenzia l'antichità del culto della divinità a Roma. In origine Iuventas fu un antico epiteto di Iuppiter in quanto divinità che presiede a ogni sviluppo o in quanto nume tutelare degli iuvenes, ovvero gli uomini in età militare. Sotto l'impero il suo culto servì a creare associazioni di giovani, collegi o formazioni premilitari sulle quali s'appoggiò la politica imperiale. Da Livio sappiamo come nel 218 a.C. le vennero tributati onori, quali un lectisternium, associati a suppliche rivolte ad Ercole. In seguito un suo tempio, votato nel 207 a.C. dal console Marco Livio Salinatore, fu dedicato nel 191 a.C.

Kylix: (al plurale Kylikes) coppa per bere o per compiere libagioni con conca larga e poco profonda, munita di due anse orizzontali che sormontano l'orlo, generalmente con piede ad alto stelo. E' attestata a partire dal VI sec. a.C.; tuttavia si va gradualmente esaurendo verso il IV sec. a.C. quando il Kantharos la sostituì quale coppa da vino.

                  


Kouros: in greco il termine significa "ragazzo" ed è utilizzato in archeologia per indicare un tipo di statua, raffigurante un giovane in posizione stante, che compare a partire dai secoli VIII e VII a.C. e prelude alla statuaria monumentale legata alle prime espressioni dell'architettura religiosa. Lo sviluppo di questa tipologia va rintracciato soprattutto nella Ionia e nelle Cicladi. Il kouros è una figura di giovane nudo, in posizione frontale, con le braccia distese lungo il corpo e la gamba sinistra leggermente avanzata. Considerato per molto tempo un simulacro di Apollo, è da ritenersi invece una statua funeraria o votiva a grandezza naturale o di dimensioni superiori al normale. Questa tipologia di statuaria è stata rinvenuta in tutta l'area di influenza greca. Le più antiche realizzazioni, che sono caratterizzate da una concezione astratta e geometrica della figura con una resa più decorativa che naturalistica dei particolari anatomici, si evolve in esemplari dotati di un certo volume e plasticità con braccia separate dal resto del corpo; si passa poi a tipi contraddistinti da una più veritiera somiglianza anatomica e infine si arriva alla conquista di una vera e propria tridimensionalità. Famosi sono i due Kuroi di marmo rinvenuti presso Montetorto di Osimo e conservati a Firenze, che testimoniano gli stretti rapporti commerciali stabilitisi tra la costa medioadriatica, soprattutto grazie all'emporio di Numana, e la Grecia. Entrambi i Kuroi, che sono considerati di ambiente attico, sono databili agli ultimi decenni del VI sec. a.C. e più precisamente il primo al 530 a.C. e il secondo al 520-510 a.C.

Lapis miliarius: lungo le strade romane di grande percorso, cippo posto sul ciglio stradale con il quale venivano indicate le distanze progressive per ogni miglio (ossia ogni mille passi: 1480 m circa, da cui il termine miliarius). Questi cippi, di cui alcuni ancora in situ, hanno generalmente la forma di una colonna alta tra i 180 cm e i 2 m, con un diametro da 50 a 80 cm, e base quadrata più larga per dare stabilità una volta infissa nel terreno. Non mancano tuttavia casi di miliari a lastra o a parallepipedo, e non si esclude che alcuni miliari potessero essere lignei. Normalmente l'iscrizione reca, oltre al numero di miglia, il nome al nominativo del magistrato o, in epoca imperiale, dell'imperatore che costruì o restaurò la via. Tra il III e il IV sec. d.C. il nome dell'imperatore non è più al nominativo, ma al dativo: ciò è stato spiegato come una forma organizzata di propaganda e celebrazione, che troverebbe ulteriore conferma nella scomparsa delle indicazioni miliarie. Dunque tali cippi non attesterebbero più effettivi interventi o restauri stradali, ma avrebbero creato consenso intorno ad imperatori o competitori per il regno. 
Secondo Plutarco, l'ideatore dei miliari fu Gaio Gracco, ma in realtà si sa che erano già in uso in epoche precedenti; la lex Sempronia viaria del 125 a.C. le rese solo obbligatorie. Le distanze segnate lungo le strade erano calcolate a partire dalle mura serviane e potevano essere rese con la formula M P M (milia plus minus); miliario in latino poteva anche essere detto cippus.

    
                                

Lapsi: letteralmente "caduti", termine riferito ai cristiani che durante le persecuzioni abiurarono la propria fede. Il termine divenne d'uso comune nel III sec. d.C. durante le persecuzioni dell'imperatore Decio (249-251) e rimase ancora in uso nel IV sec. d.C.. In base al tipo di apostasia i lapsi si potevano distinguere in: sacrificati, ossia cristiani che presero pubblicamente parte ai riti sacrificali pagani; libellatici, coloro che avevano ottenuto - dietro pagamento - una dichiarazione falsa chiamata libellus, attestante la loro ottemperanza all'editto imperiale (ovvero il sacrificio agli dei); thurificati, quelli che si limitarono al rito della incensazione agli dei. La questione dei lapsi si presentò con assiduità nel corso del III secolo: terminate le persecuzioni, coloro che erano caduti nell'apostasia pretesero la reintegrazione nella comunità cristiana; in seguito tale lotta portò allo scisma di Novaziano. Sotto l'imperatore Diocleziano si configurò anche la figura del traditor (dal latino tradere, consegnare): era colui, solitamente vescovo o presbitero, che consegnava all'autorità romana i libri e i vasi sacri, oppure le liste dei fedeli.

Lara: dea del silenzio - chiamata dai romani anche con gli appellativi di Tacita o di Muta - era la ninfa dell'Almone, affluente del Tevere. Secondo la mitologia Lara rifiutò di piegarsi al volere di Giove, il quale aveva chiesto alle divinità fluviali di aiutarlo nel rapire la ninfa Giuturna di cui era invaghito; ma Lara lo ostacolò, rivelando i propositi amorosi del dio a Giunone e a Giuturna stessa. Incollerito allora il dio le strappò la lingua ed ordinò a Mercurio di condurla negli Inferi, dove sarebbe stata la ninfa delle acque nel regno dei morti; tuttavia, lungo il cammino il dio le usò violenza e le diede due gemelli, i Lares Compitales. Lara fu considerata dai romani sia come divinità della maldicenza sia come divinità del silenzio eterno, ovvero della morte. Era onorata con sacrifici insieme ai figli da parte del collegio dei fratres Arvales. Secondo Ovidio si chiamava in realtà Lala, cioè "la chiacchierona"; Lattanzio ed Ausonio la chiamano anche con il nome di Larunda, mentre Varrone la cita come Mania. 


Larvae: nelle credenze popolari romane, spettri, ombre e anime irrequiete di defunti che avevano in vita compiuto atti malvagi o avevano subito una morte violenta e, rimasti insepolti, tormantavano i vivi. Talvolta confuse con i lemuri, erano dette anche maniae; si credeva che la vista terribile di un fantasma potesse suscitare follia.

Legatus Augusti pro praetore
: governatore di una provincia imperiale di rango senatorio (ex pretore o ex console), nominato direttamente dall'imperatore in qualità di suo rappresentante, chiamato a reggere provincie con una o due legioni, e dotato di imperium. L'incarico venne istituito da Augusto nel 27 a.C. nel corso della riforma dell'amministrazione provinciale: furono chiamati pro praetore per la forte connotazione militare che tale ruolo implicava, trovandosi a reggere provincie ufficialmente non pacificate. Durante il mandato erano obbligati a portare la spada e l'abbigliamento militare; la carica non aveva limiti temporali e dipendeva unicamente dall'imperatore. Aveva pieno potere militare, civile e giudiziario, mentre le finanze della provincia e dell'esercito venivano gestite dal procurator Augusti, di estrazione sociale più bassa.
Provincie imperiali governate da senatori di rango pretorio (ex pretori) sono: Lusitania, Aquitania, Lugdunenese, Belgica, Galazia, Panfilia e Licia, Cilicia, Arabia, Armenia, Mesopotamia, Assiria e Numidia (la provincia di Panfilia e Licia cambiò statuto nel corso del tempo).
Provincie imperiali governate da senatori di rango consolare (ex consoli) sono: Tarraconense, Germania Superiore, Germania Inferiore, Britannia, Pannonia, Mesia, Dacia, Illiria, Cappadocia e Siria (le provincie di Illiria e Cappadocia cambiarono statuto nel corso del tempo).

Lomentum: preparato di farina di fave, usato dai romani come sostituto del sapone per lavare e curare la pelle; se ne faceva uso anche come maschera per la cosmesi del viso, per coprire le rughe del ventre (ad esempio in seguito al parto) oppure per eliminare i cattivi odori.

Magister canum: schiavo addetto alla cura e all'allevamento dei cani da caccia: lo schiavo iniziava a svegliarne gli istinti venatori da quando erano cucciuoli, aizzandoli contro pelli di fiere, e appena cresciuti li sguinzagliava con gli adulti contro la selvaggina. 

Marica: divinità italica e ninfa dell'acqua venerata a Minturnae, era considerata protettrice dei neonati e dell'infanzia; aveva un bosco sacro presso la foce del Liri. Virgilio la dice madre di re Latino e sposa del dio Fauno. A volte veniva identificata con Venere, Diana e soprattutto Circe.

Membrana: fodera di pergamena con cui si rivestiva il rotolo di papiro per assicurarne la buona conservazione.

Meta: nel circus (circo), cono di pietra a base larga con la punta arrotondata, situata presso le estremità della spina; fungeva da segnale di svolta. Era il punto di maggiore difficoltà per i conducenti dei carri (auriga), i quali per guadagnare tempo sugli avversari, erano costretti a fare una curva più stretta possibile intorno alla meta. Gli aurighi dovevano stare molto attenti a non urtarla, per evitare che il carro si capovolgesse: ferite gravi e cadute mortali erano frequenti nelle competizioni.  

Minium:
nome latino del pigmento rosso vermiglio ottenuto dalla macinezione del cinabro, e usato dai romani come colorante per abiti e affreschi. Fu anche utilizzato nella medicina come antidoto e per le affezioni della pelle, oppure impiegato nella cosmesi. Il miglior cinabro era quello che proveniva dalle miniere di Almaden, in Spagna.  

Mola versatilis: la macina superiore a mano, in genere di pietra lavica, che triturava il grano girando attorno alla prominenza conica della macina inferiore.

Muria: salsa di pesce che, stando a quanto riferito da Marziale, era di qualità inferiore al garum; la muria veniva ricavata dalle interiora del tonno. Per la lavorazione di questo prodotto era nota la città di Antipoli. La muria era anche una salamoia che si aggiungeva al vino e veniva impiegata per la conservazione di olive, erbe e legumi. Da Urbs Salvia proviene un frammento di anfora recante sul collo un titulo picto in cui si menziona muria di ottima qualità e che ne costituiva il contenuto.
 
Nassae:
piccolo paniere in vimini ad imboccatura stretta usato per la pesca; veniva immerso per lungo tempo in mare in attesa che i pesci vi rimanessero intrappolati. 

Opus testaceum (o latericium): tecnica edilizia romana che prevedeva la realizzazione di murature con paramenti - rivestimento esterno di un muro - in lateres (laterizi) o testa (termine generico che indica qualsiasi oggetto in terracotta). I mattoni avevano forma regolare, 45 cm x 30, ossia un piede e mezzo per un piede; tale mattone é denominato lidio. I laterizi venivano  sovrapposti alternando i giunti, ed erano uniti da leganti, in genere malta. Tale tecnica edilizia si affermò inizialmente con l'uso di tegole fratte in epoca tardo repubblicana, ma la massima diffusione dell'architettura in laterizio si ebbe in epoca imperiale fino ad epoca relativamente tarda. Esempio di opus testaceum è il teatro di Ricina.


                       

Oscillum: lastra marmorea decorativa spesso di forma discoidale (ma anche a mezzaluna) finemente scolpita e appesa negli intercolumni dei peristili. Tra le decorazioni a rilievo, grande predilizione sembra abbiano goduto le scene a carattere dionisiaco. La pratica degli oscilla è da collegare all'utilizzo di piccoli doni, spesso in forma di volto (volto in latino è os, ed oscillum costituirebbe il diminiutivo dello stesso termine) che venivano legati ad alberi e viti nei pressi dei templi, in modo che potessero essere mossi dal vento. Per i contadini, inoltre, essi potevano avere carattere di auspicio: il campo verso il quale si sarebbe volta la maschera, avrebbe goduto di grande fertilità. Dunque, all'origine degli oscilla ci sarebbero pratiche cultuali e magiche.

Pagus: distretto amministrativo rurale, costituito di vici (villaggi) ed il loro territorio, delimitato da un confine naturale o artificiale. Origine del nome è forse il carattere sacro del confine: per la sua conservazione, tutti gli uomini che abitano nel pagus costituiscono un'unità politica e sacrale. Il pagus era afferente ad una città. Nell'età imperiale l'ordinamento statale romano applicò la ripartizione in pagi anche nelle provincie occidentali ed in Egitto, qualificando come pagi i distretti amministrativi rurali, che peraltro avevano ormai perduto anche in Italia ogni traccia della primitiva organizzazione politico-sociale, ad eccezione dei rapporti religiosi. Oltre alle funzioni di carattere pubblico, come la tenuta dei libri catastali - affidata ai magistri pagi - e l'esazione dei tributi, i pagi ebbero importanti funzioni sacrali: ai magistri spettava presiedere ai Paganalia, feste proprie dei pagi e dei loro abitanti, i pagani (ossia i contadini) contrapposti ai montani (abitanti della città ed oppida). Proprio in virtù della tenacia con cui rimasero in vita nelle campagne i riti legati all'antica religione romana, anche dopo l'avvento del cristianesimo, i gentili vennero detti anche "pagani".

Panis Picentinus: presso i romani varietà di pane prodotto con l'alica (particolare qualità di grano) almeno sin dal I sec. a.C.: il cereale, lasciato macerare per nove giorni, veniva impastato con succo d'uva passa e quindi cucinato in recipienti che si rompevano al calore del fuoco; il pane così prodotto veniva generalmente servito con una coppa di latte misto a miele nel quale andava inzuppato.


Patronus
: nel diritto romano, l'ex padrone di uno schiavo, da lui liberato tramite manomissione (manumissio). Nonostante la libertà acquisita dallo schiavo, sussiste tra i due un rapporto di patronato, incentrato su una serie di doveri etico - sociali rilevanti per il diritto romano. Anzitutto, il liberto è tenuto verso il padrone ad un obbligo generico di rispetto: a tale obbligo si ricollegano, tra l'altro, l'impossibilità per il liberto di agire in sede giudiziaria contro il patrono senza il permesso del pretore. Il liberto è inoltre costretto a prestare servizi genericamente qualificabili come domestici, servizi di lavoro e donativi, stabiliti tuttavia ancor prima dell'affrancamento e sanciti da un giuramento. Si riconosce infine un obbligo del liberto verso il patrono, e viceversa, a prestare gli alimenti. L'ex schiavo, divenuto ormai cittadino romano, assumeva praenomen e nomen dell'ex padrone, e conservava come cognomen il proprio nome da schiavo.

Picus: antico re del Lazio che regnava sugli Aborigeni, la prima popolazione della regione; era noto per essere padre di Fauno e nonno del re Latino. A volte come padre gli si attribuisce Sterce o Stercolo, il cui nome evoca quello del "letamaio", e che i mitografi avevano identificato con Saturno per conferirgli una maggiore dignità. Secondo la tradizione Picus sarebbe stato un eccellente indovino, il quale recava sempre con sè un picchio verde, uccello profeta per antonomasia. A volte i mitografi sostenevano anche che il picchio fosse lo stesso re Picus, tramutato in uccello da Circe, la quale lo punì per aver rifiutato il suo amore, in quanto Picus era già legato con Pomona o Canente, figlia di Giano. Il picchio presso i romani rivestiva un ruolo importante nella religione tradizionale, non soltanto come uccello profeta, ma anche come animale totemico consacrato a Marte. Apparve anche presso i gemelli Romolo e Remo, contribuendo a salvarli, come del resto fece un'altro animale: la lupa.

Plebs: (1) negli scritti cristiani il termine equivale a populus: già in età imperiale viene usato per designare la comunità di fedeli guidata da un vescovo. Il termine plebs ricorre in una epistola di papa Gelasio I (fine V sec. d.C.) in cui si menziona la plebs Cluentensis, ovvero la locale comunità cristiana insediata nel territorio dell'odierna Civitanova Marche. A partire dal VII - VIII sec. d.C. il termine passa ad indicare non più la comunità, ma l'edificio in cui i fedeli si raccolgono per le funzioni liturgiche: dalla parola latina plebs deriva il sostantivo pieve.  

Praedium:
bene immobile costituito da un appezzamento di terreno situato in città (praedium urbanum) o in campagna (praedium rusticum), e che poteva fornire garanzie nel caso di somme dovute allo stato (praediatura). Solitamente al termine seguiva un toponimo che indicava il luogo in cui la proprietà si trovava.

Praefurnium: l'ambiente di servizio delle terme in cui avveniva la combustione e dove si trovava il forno di riscaldamento; esso era costituito di un arco nella parete sottostante agli ambienti da riscaldare, in cui si poteva regolare l'accensione e la vivacità della fiamma, e poteva essere chiuso da un portello di metallo. Inoltre, nel praefurnium entro caldaie metalliche, avveniva il riscaldamento dell'acqua che, a temperatura diversificata, era poi distribuita ai rispettivi vani, tramite tubature.




Pretuzi: antica tribù dell'Italia centrale, stanziata in una zona ristretta del Piceno meridionale, chiusa dai vestini a sud e ad ovest, dai picenti a nord, e dal mare Adriatico ad est. L'ager Pretutianus viene menzionato sia da Strabone che da Plinio. La storia dei Pretuzi si lega a quella dei picenti, contro cui condussero una lunga ed estenuante lotta. Nella seconda guerra sannitica, si allearono con i sanniti contro Roma, ed in seguito alla  loro sconfitta i romani dedussero una colonia latina ad Adria - oggi Atri - nel 289 a.C. in pieno territorio pretuziano. Le principali città dei pretuzi furono Interamnia Praetutiorum (Teramo) ed Adria.   

Primipilus: nell'esercito romano, il più alto in grado fra i centurioni della legione, ossia comandante del primo pilus o manipolo di triarii. Al primipilus era affidata la sorveglianza dell'aquila della legione ed era l'unico tra i centurioni a far parte del consiglio di guerra, avendo diritto a distinzioni di varia natura. Con l'impero il ruolo rivestito dal primipilus migliorò notevolmente, e, terminato il periodo di attività nell'esercito, aveva diritto ad una quiescenza di 60.000 sesterzi e ad un posto di riguardo nelle piccole città. La sua carriera era aperta ai gradi militari equestri, quali la prefettura di una coorte o di un'ala ausiliaria, al tribunato militare (di coorte urbana o di legione) ed infine al grado supremo di primipilus iterum, ossia di aiutante maggiore del comandante della legione. 

Princeps senatus: titolo della tradizione repubblicana  che designava il senatore censorio patrizio con la maggiore anzianità di carica, il quale appariva in testa alla lista senatoria, redatta dai censori: era il portavoce ufficiale ed il primo a cui veniva richiesta la sententia (il parere) su ogni questione; era considerato il più autorevole perchè dipendeva da lui l'orientamento generale delle sedute senatorie. Utile ricordare che non rivestiva il ruolo di presidente del senato, funzione questa riservata ad un console o ad un pretore. In epoca imperiale - a partire da Augusto che ricevette il titolo di princeps senatus nel 28 a.C. - tale titolatura fu riservata all'imperatore, ma tornò in auge come prerogativa senatoria nel corso del III o IV sec. d.C.

Procurator stationis privatae per Tusciam et Picenum: responsabile della gestione e della conduzione delle proprietà imperiali nel Piceno e nella Tuscia. La gestione congiunta dei beni imperiali delle due regioni suggerisce una limitata estensione dei praedia imperiali nel Piceno. Si conosce un procurator stationis privatae per Tusciam et Picenum da un documento epigrafico (CIL III 1464) datato 211 d.C.: il personaggio che ricoprì l'incarico si chiamava Ulpius Victor. 

Prostilo:
edificio classico, in particolare un tempio, che presenta il colonnato solo sulla fronte [prostylus composto del greco pro (avanti) e stylos (colonna)]. Parlando dei templi, Vitruvio definisce prostilo un edificio simile in tutto a quello in antis; tuttavia rispetto a quest'ultimo sono presenti due colonne angolari in corrispondenza delle ante (i pilastri che costituiscono il prolungamento della cella).

 
           

Quarta pars: nel diritto romano, assegno vedovile erogato in base al diritto della vedova di ricevere in eredità un quarto delle sostanze del marito.

Quinquatrus maiores: festività romana che il calendario arcaico segnava con caratteri capitali al 19 Marzo. Secondo Varrone, la festività trae nome dal fatto che cade il quinto giorno dopo le idi (che a Marzo erano segnate il 15: dunque, secondo il computo inclusivo dei romani, dal 15 al 19 Marzo sono trascorsi 5 giorni). Sempre secondo l'autore del De lingua Latina, le desinenze in -atrus indicavano anticamente i giorni posteriori alle idi, ossia quelli di luna calante (Quinquatrus trarrebbe nome da quinque, cinque, e -atrus, suffisso derivato da ater, oscuro, ad indicare le notti prive di luna). Questa peculiarità ha fatto pensare che in origine tale festività fosse una puntualizzazione sacrale della lunazione di Marzo, ovvero di una lunazione straordinariamente importante, essendo la prima dell'anno arcaico, che anticamente iniziava con il mese di Marzo. Tuttavia in epoca repubblicana tale consapevolezza andò perduta, e le Quinquatrus furono celebrate come festa in onore di Minerva, patrona delle arti e dei mestieri. La celebrazione delle Quinquatri fu estesa a cinque giorni, dal 19 al 23 Marzo, inglobando anche una festività che nel calendario arcaico era nota come Tubilustrium, ovvero rito di purificazione lustrale delle trombe di guerra. Nei cinque gorni delle Quinquatri si svolgevano spettacoli teatrali e giochi circensi, celebrati dagli imperatori in funzione culturale: non a caso l'anno scolastico iniziava dopo questa festività, avvertita come sacra soprattutto dagli scolari. Sembra inoltre che i maestri ricevessero dagli allievi il compenso annulae, di cui almeno una parte doveva essere donata a Minerva. Le Qunquatri di Marzo erano dette maiores (maggiori) per distinguerle dalle Quinquatrus minores o minusculae, che dal 311 a.C. si svolgevano alle idi di Giugno (che a Giugno cadono il 13) per opera dei tibicini, cioè i suonatori di flauto che officinavano in genere alle cerimonie sacre.

Relegatio: a Roma, provvedimento meno grave dell'esilio; in età repubblicana i senatori avevano il potere di far allontanare, con un editto, chi fosse ritenuto pericoloso per la sicurezza dello stato. Augusto iniziò ad usufruire della relegatio come forma più mite della messa al bando (che comportava la perdita dei diritti politici, guiridici e la confisca dei beni). Durante l'impero fu punita con la relegatio l'adulterium, lo stuprum, il crimen repetundarum, ecc... La relegatio poteva essere in insulam o in una sede continentale; perpetua oppure ad tempus.

Retiarius: gladiatore armato di rete (in latino retis da cui il termine retiarius), pugnale e tridente, opposto solitamente in combattimento al murmillo o secutor, quest'ultimi pesantemente armati. Durante lo scontro, il retiarius doveva tentare di avviluppare l'avversario nella rete, per poi finirlo con il tridente; in genere indossava una tunica oppure un semplice subligaculum, sorta di perizoma, e non portava mai alcun copricapo, ma solo una benda intorno alla testa. Le sue uniche armi di difesa erano la lorica manica (parabraccio in metallo posizionato sul braccio destro) e il galerus (protezione metallica fissata sulla spalla). Il suo armamento leggero gli conferiva velocità e agilità nei movimenti, ma lo rendeva particolarmente vulnerabile nel combattimento corpo a corpo.

     
                             

Rogatio: nel diritto romano, la proposta di condanna, di elezione o di legge, avanzata da un magistrato davanti  al popolo riunito nelle assemblee popolari dei comizi centuriati o tributi, secondo la formula "velitis iubeatis Quirites... ita vos Quirites rogo". Effettuata tale proposta, si passava alla votazione che avveniva secondo le regole proprie di ciascuna assemblea. Leges rogatae o latae erano dette le leggi approvate dall'assemblea su proposta del magistrato (lata).

Sagum:
indumento di origine celtica; diffuso presso le genti nordiche, venne adottato dai popoli del Mediterraneo e dai romani che ne fecero una veste per i soldati, gli operai, i contadini e gli schiavi. Consisteva in un mantello quadrato di lana spessa, aperto frontalmente e posto sulle spalle. Era fermato alla spalla da una fibbia che lasciava scoperti gli arti, agevolando i movimenti. Il sagum divenne quasi l'emblema della guerra, opposto alla toga, considerata abito civile; difatti l'espressioni latine "saga sumere" e "saga ponere" possono essere rese con "prepararsi a combattere" e "deporre le armi".

      
                               
 
Scriptor: detto anche pictor, era colui che dipingeva sulle superfici dei muri i messaggi elettorali dal colore rosso o nero. Lo scriptor poteva essere occasionale e svolgere in tal modo un'attività secondaria, ma non mancano casi di personalità che ne fecero una vero e proprio lavoro. A Pompei sono documentati ben 25 nomi di scriptores, molti dei quali menzionati una sola volta.

Sella curulis: particolare sedile riservato ai più alti magistrati romani, definiti perciò magistratus curules. Il termine deriva da currus, ossia il carro: la sella curulis era difatti lo sgabello pieghevole che il magistrato portava con sé sul carro. La sella curulis era quadrata, senza schienale e braccioli, ed era ornata di avorio; inizialmente era il sedile da cui il magistrato amministrava la giustizia. Ad esso, in epoca repubblicana, ebbero diritto tutti coloro che ricoprivano quelle cariche munite di imperium (dittatori, consoli e pretori), ma anche gli edili curuli, i censori, i duumviri e i quattorviri (magistrati municipali), e il flamen Dialis (il sacerdote di Giove). In epoca imperiale gli imperatori si arrogarono per sé il diritto di sostituirla con una sella aurea.   

                          


Serapaeum: tempio dedicato al culto della divinità sincretica Serapis (Serapide), spesso in associazione con la dea Isis (Iside). Il modello architettonico per questa tipologia di tempio fu  il Serapaeum di Alessandria, opera dell'architetto greco Parmenisco. Aveva pianta quadrata, circondato da un portico di colonne, e vi si aveva accesso tramite una scala di 100 gradini; sopra l'ingresso della cella sembra che vi fosse un foro dal quale i primi raggi del sole illuminavano il volto della statua del dio. Con la diffusione del culto, sorsero Serapaea in tutto l'impero; nella V regio augustea è attestato un Serapaeum a Trea. 

Sexvir Augustalis: persone elette annualmente dall'ordo decurionum e riunite in collegio addetto alla celebrazione del culto del numen e del genius dell'imperatore regnante o forse dei suoi predecessori divinizzati: essi erano diffusi in tutto l'impero, essendo la loro istituzione favorita dalle autorità locali e dall'imperatore, per legare le masse municipali al culto imperiale. Venivano reclutati soprattutto tra i liberti (anche se non mancano casi di ingenui): costoro infatti che per nascita servile si vedevano preclusa la carriera magistratuale, venivano così inseriti nell'ambito dell'elite cittadina e trovavano dunque un mezzo di promozione sociale. Essi formavano un ordine inferiore a quello dei decuriones, ma come quest'ultimi erano soggetti a particolari obblighi, anche di carattere finanziario. Difatti il pagamento della summa honoraria, versata al momento della loro elezione, era uno dei doveri del sexvir Augustalis, ma costituiva motivo d'orgoglio esserne esentati. Non risulta che i sexviri Augustales venissero prescelti tra particolari categorie professionali; probabilmente in particolari circostanze  (come nel caso di ludi da loro organizzati o diretti) al sexvir Augustalis venivano concesse le insegne proprie della magistratura municipale (la sella curulis, la toga praetexta, i fasces, il tribunal) come attestano alcuni monumenti funebri. La prima attestazione di sexvir Augustalis si data tra la metà del I sec. d.C. e l'età traianea: forse l'istituzione della carica è da collocarsi sotto il principato di Domiziano.


Specularia: sottili lastre di talco (lapis specularis) che, adattandosi alle finestre, permettevano il passaggio della luce e fungevano da riparo contro le intemperie.

Specus: condotto sotterraneo degli acquedotti con pendenza costante tale da assicurare all'acqua uno scorrimento continuo. Nella regio V è noto un tratto di specus, pertinente all'acquedotto di Asculum, in località "Le Casette"; il condotto si presenta a sezione quadrangolare con le pareti rivestite in opus incertum nella parte superiore e prive di paramento con affioramento di roccia nella fascia inferiore, mentre la copertura è costituita da una volta a botte con paramento di tessere irregolari in travertino. Tratti analoghi di condotto, pertinanti al medesimo acquedotto e realizzati con analoga tecnica costruttiva e materiale, sono visibili anche in località "Morteto" e a 500 metri più a nord di quest'ultima. Si conservano tratti di specus anche ad Urbs Salvia: qui il condotto è alto 5 piedi (1,50 m), largo 2 (0,60 m) ed è realizzato in tegole sesquipedali con copertura alla cappuccina, mentre in prossimità della sorgente risulta a volta.

Spolia opima:
presso i romani le spoglie - in particolare le armi - tolte in battaglia al capo nemico, affrontato in duello singolo. Le spolia si dividevano in tre categorie: prima spolia (le spolia opima appunto) guadagnate da un generale romano e dedicate a Giove Feretrio; secunda e tertia spolia dedicate rispettivamente a Marte e Quirino. Le spolia opima erano considerate le più onorevoli da vincere e le più ambite.

Stigma: detto anche nota, era il marchio a fuoco apposto sulla fronte degli schiavi che si erano macchiati di qualche colpa grave. I servi colpevoli di furto venivano segnati con le lettere FUR.; coloro che invece avevano osato la fuga venivano bollati con le lettere FUG.; infine i rei di calunnia recavano il marchio a fuoco KAL. 

Strigilis:
raschiatoio metallico ricurvo con impugnatura diritta per detergere olio, sudore e polvere dal corpo degli atleti; veniva usato anche dopo il bagno dagli uomini. Esemplari di strigile sono stati rinvenuti nelle tombe 106, 118 e 146 della necropoli di Potentia: in particolare nella tomba 106, lo strigile ha una lunghezza di 25 cm ed è in ferro.  


                                                           

Suasoria: discorso volto a persuadere (in latino suadere); a Roma costituiva uno degli esercizi più praticati nelle scuole di retorica nell'ambito del dibattito deliberativo.

Suovetaurilia: una delle principali cerimonie sacrificali della religione romana, detta anche solitaurilia, in cui si uccidevano un maiale (sus), un montone o una pecora (ovis) e un bue o un toro (taurus). Le vittime sacrificali erano distinte in maiores (adulte) e lactentes (lattonzoli). Il principale scopo del rito era lustrale, ossia di purificazione, e veniva svolto in due momenti distinti: la circumambulatio, in cui si facevano sfilare gli animali intorno all'area o alle persone da purificare - già parati con gualdrappe e nastri alle corna -, e il sacrificio propriamente detto. La celebrazione del suovetaurilia più importante era l'amburbium quinquennale, che si teneva ai primi di febbraio, per purificare la città e le sue mura. Catone ricorda un rituale di suovetaurilia di lactentes per la purificazione di un podere: anche in questo caso l'autore afferma che era necessario che gli animali fossero condotti a fare il giro del campo prima di effettuare il sacrificio cruento. Sembra inoltre che questa pratica rientrasse anche nelle cerimonie per l'inaugurazione di un castrum o di una città. In genere nell'arte romana il rito viene raffigurato nel momento della circumambulatio.  

Tesserae: dadi in osso, avorio o metallo a sei facce da non confondere con i tali, dadi a quattro facce. Il gioco delle tesserae era molto più rischioso di quello coi tali; normalmente si giocava con due o tre tesserae alla volta. I dadi, di aspetto molto simile a quelli odierni, presentavano valori da 1 a 6, espressi con dei puntini circondanti da una circonferenza. Per evitare imbrogli, spesso i giocatori si servivano, per tirare, di un bussolotto (fritillus).


                                                                     

Thesaurus:
ripostiglio per le oblazioni, in cui era custodita la cassa dei santuari: l'offerta in danaro veniva depositata all'interno attraverso una fessura. Nel Picenum è noto un thesaurus da Pausulae.

Triumvir agris dandis et adsignandis et coloniae deducendae: magistrato straordinario, nominato quando si doveva procedere alla distribuzione di terre o alla deduzione di nuove colonie.

Tunica molesta: veste che si faceva indossare ai più feroci malfattori, prima di giustiziarli: tale tunica veniva intrisa di pece e poi fatta ardere, bruciando vivo il malcapitato.

Tutulus:
tipo di acconciatura delle matrone romane, desunta da modelli etruschi, formata da una larga fascia che avvolgeva la sommità della testa e lasciava i capelli scoperti sulla fronte e raccolti in un'ampia crocchia sulla nuca.

Urnae: vasi di forma e materia assai varia, detti anche ollae, deputati a contenere le ceneri e le ossa combuste del defunto; spesso sono anepigrafi perché destinati ad essere interrati e segnalati da una stele iscritta, oppure ad essere murati o deposti in loculi con iscrizione apposta su lastra a chiusura della nicchia. L'iscrizione è per lo più limitata al nome, spesso variamente abbreviato; tuttavia, quando l'urna assume forma architettonica oppure l'aspetto di grandi vasi muniti di coperchio riccamente elaborato, l'iscrizione, contenuta in una tabula ansata o in un riquadro nella facciata o sull'alzata del coperchio, può essere complessa. Non raggiungono però la completezza di altre iscrizioni, né presentano elementi accessori che si trovano nelle iscrizioni destinate ad essere lette dai passanti. 

Vertumnus: chiamato anche Vortumnus, era una divinità d'origine etrusca. A Roma aveva una statua presso lo sbocco del vicus Tuscus nel Foro Romano. Vertumno personificava l'idea di cambiamento ed era preposto allo svolgersi del ciclo delle stagioni; gli si attribuiva il dono di trasformarsi in tutte le forme che voleva. Gli vengono attribuiti amori con la ninfa Pomona, probabilmente perchè Vertunno era protettore della vegetazione e in particolare degli alberi da frutto. Era celebrato con una festa il 13 agosto. Nel Piceno il culto di Vertumno è attestato da un'epigrafe da Ancona (CIL IX, 5892).  

Vicus:
(1) insediamento minore, quale ad esempio un villaggio, privo di autonomia amministrativa e posto in territorio rurale. I vici erano sottoposti a imposizioni tributarie per l'utilizzo di terre pubbliche e costituivano l'unità fondamentale dei pagi, che a loro volta erano afferenti ad una città. I magistrati cittadini incaricavano i magistri pagi,  che risiedevano in uno dei vici, della riscossione delle imposte; in seguito alle riforme tributarie e catastali del basso impero, furono ritenuti solidalmente responsabili tutti gli abitanti dei vici per il versamento del gettito fiscale globalmente imposto ai singoli villaggi. Nel Piceno sono noti i vici di Badies, Cluentensis, ecc...

Vicus: (2) talora con il termine vicus venivano designati anche i singoli quartieri di una città.

Xystus: viale alberato o luogo porticato destinato alle passeggiate.
 
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